Poche valli dolomitiche hanno una storia così particolare. Per secoli la Val di Zoldo è vissuta del ferro. Quando questo mestiere crollò, gli zoldani emigrarono e diventarono i gelatieri d’Europa.
I Romani sulla Civetta
Le tracce più antiche della valle sono incise nella roccia. Sui versanti nord della Civetta sopra Pecol, nella Val de le Ziolere, si trovano iscrizioni romane del II o III secolo dopo Cristo. Segnavano il confine tra i territori di Bellunum, l'odierna Belluno, e Iulium Carnicum, l'odierna Zuglio in Friuli. In valle le chiamano semplicemente "Scritte Romane". Un sentiero porta da Pecol, in direzione del rifugio Coldai, fino alla parete. Il percorso esatto conviene chiederlo all'ufficio turistico della Val di Zoldo.
Sotto il Leone di San Marco
Dal 1404 fino alla fine della Repubblica nel 1797 la valle appartenne ai domini di Venezia. Per la Serenissima era doppiamente preziosa: dai boschi arrivava legname, tra l’altro per l’Arsenale, e dalle fucine arrivava il ferro. Dopo le guerre della Lega di Cambrai (dal 1508) la valle visse un periodo di benessere.
Anche le celebri gondole hanno un legame con la nostra valle. Molti dei costruttori di barche veneziani, gli squerarioli, erano montanari del Cadore e della Val di Zoldo, abituati a lavorare il legno. Allo Squero di San Trovaso a Dorsoduro, uno dei cantieri di gondole più antichi della città, del Seicento, lo si vede ancora oggi: la casa-laboratorio in legno con i suoi balconi somiglia più a una casa delle Dolomiti che a un palazzo veneziano.
Dopo la caduta di Venezia si alternarono dominazione francese e austriaca; per ultimo la valle fece parte del Regno Lombardo-Veneto degli Asburgo. Nel 1866, insieme al resto del Veneto, entrò nel Regno d’Italia.
La valle dei fabbri

Lo dice già il nome del capoluogo: Forno di Zoldo. Nella valle si estraeva e si fondeva minerale fin dal Medioevo. Nel tardo Medioevo si contavano sette o otto forni, più tardi solo tre. Anche nomi come Fusine (da “fucina”) raccontano questa storia.
Quando chiusero i grandi forni di Fusine, Forno e infine Dont, gli artigiani si specializzarono in piccoli oggetti di ferro, soprattutto chiodi. Nacque così il mestiere del ciodarot, il chiodaiolo. Un chiodaiolo esperto, si dice, forgiava fino a 500 chiodi da scarpa al giorno. I chiodi di Zoldo finivano negli scafi delle navi, nei tetti e nelle suole, e molti andavano a Venezia.
Nella seconda metà dell’Ottocento maestri e fabbri si unirono ancora una volta in una “Società Industriale Zoldana”. Ma contro i chiodi prodotti a macchina dalle nuove fabbriche non c’era partita. L’alluvione del 1890 colpì duramente le officine lungo il Maè, la grande alluvione del novembre 1966 mise fine agli ultimi resti della lavorazione del ferro.
Quanto fosse dura la vita dei minatori lo racconta il paese abbandonato di Arsiera, sul Col Dur. Lì si estraevano minerali di piombo e zinco; oggi restano solo ruderi nel bosco, raggiungibili con una breve escursione.
Consiglio: il Museo del Ferro e del Chiodo
Nell’ex Palazzo del Capitaniato di Forno di Zoldo il Museo del Ferro e del Chiodo espone attrezzi, chiodi e la storia dei fabbri. Chi vuole vedere il mestiere dal vivo trova a Pralongo una fucina storica conservata. Verificare gli orari prima della visita.

I gelatieri della valle di Zoldo
Quando alla fine dell’Ottocento il commercio dei chiodi crollò, molte famiglie dovettero cercare fortuna altrove. Molti diventarono gelatieri. Come sia cominciato non è del tutto chiaro. Si racconta che il primo sorbettiere venisse dalla vicina Zoppè e avesse imparato il mestiere a Venezia. Documenti scritti sulla produzione artigianale di gelato nella valle esistono dal 1873. A rendere possibile il mestiere fu anche lo zucchero: nell'Ottocento i nuovi zuccherifici di barbabietola lo resero per la prima volta economico e alla portata di tutti. Solo così il gelato poté essere prodotto in grandi quantità e venduto a poco prezzo.
All’inizio gli uomini giravano d’estate con i carretti del gelato per le strade di Austria e Germania. Dopo la Prima guerra mondiale nacque un vero mestiere: negli anni Trenta c’erano decine di gelaterie zoldane in Austria, Germania, Paesi Bassi e Polonia. Dopo la Seconda guerra mondiale seguì la grande emigrazione verso i paesi di lingua tedesca. Nel 1969 i gelatieri fondarono a Francoforte sul Meno la loro associazione Uniteis.
Ancora oggi molte famiglie della valle passano primavera ed estate nella loro gelateria in Germania, Austria o nei Paesi Bassi e tornano a casa d’inverno.
La storia completa dei gelatieri: I gelatieri →
Cronologia
- II–III sec. d.C.Iscrizioni confinarie romane sulla Civetta.
- MedioevoEstrazione del minerale e fusione del ferro nella valle, diversi forni.
- 1404–1797La valle appartiene alla Repubblica di Venezia. Legno e ferro vanno in laguna.
- 1857John Ball sale sul Monte Pelmo, una delle prime grandi cime dolomitiche salite.
- 1866La valle entra nel Regno d’Italia.
- 1873Prime testimonianze scritte della produzione artigianale di gelato.
- 1890Un’alluvione colpisce le fucine lungo il Maè.
- 1963La catastrofe del Vajont distrugge Longarone all’imbocco della valle.
- 1966La grande alluvione mette fine alla lavorazione del ferro.
- 1969Nasce a Francoforte l’associazione dei gelatieri Uniteis.
- 1972A Forno di Zoldo nasce la società di hockey USG Zoldo.
- Anni ’90L’epoca d’oro dell’hockey zoldano: tre volte nella massima serie, in mezzo ai vertici della seconda serie.
- 2009Le Dolomiti diventano patrimonio naturale UNESCO. In quegli anni il palaghiaccio di Soccampo perde il tetto.
- 23 febbraio 2016Forno di Zoldo e Zoldo Alto si fondono nel comune di Val di Zoldo.
- Autunno 2026Il palaghiaccio riceve un nuovo tetto e dovrebbe riaprire.
Una valle sul ghiaccio
Alla storia recente della valle appartiene anche l’hockey su ghiaccio. La USG Zoldo nacque nel 1972 a Forno di Zoldo e visse negli anni Novanta il suo periodo d’oro: tre volte la piccola valle giocò nella massima serie italiana, e in mezzo fu ai vertici della seconda serie. Tutta la storia nella pagina Hockey su ghiaccio.
Il comune oggi
Dal 2016 gli ex comuni di Forno di Zoldo e Zoldo Alto formano il comune di Val di Zoldo, con sede a Fusine. Ha una superficie di circa 142 km² e oggi poco meno di 3.000 abitanti, in calo. La piccola Zoppè di Cadore ai piedi del Pelmo è un comune autonomo, ma culturalmente fa parte dello Zoldano.